Eco-ansia: la porta d’ingresso a un paesaggio emotivo più ampio
La crisi eco-climatica non riguarda soltanto ciò che accade agli ecosistemi, alle temperature o ai territori: riguarda anche il modo in cui gli esseri umani comprendono, interpretano e vivono una trasformazione profonda del rapporto tra società e mondo naturale.
Negli ultimi anni, il termine eco-ansia è entrato sempre più nel linguaggio comune per descrivere alcune delle reazioni emotive associate alla crisi climatica e ambientale. Per alcuni, questa parola ha permesso finalmente di dare un nome ad esperienze difficili da spiegare: preoccupazione per il futuro, senso di perdita, paura, rabbia, tristezza o spaesamento di fronte a una realtà complessa e spesso drammatica.
L’eco-ansia però è soltanto una parte di un fenomeno più ampio. La psicologia climatica e gli studi sulle eco-emozioni esplorano infatti una gamma molto più vasta di risposte umane alla crisi eco-climatica: emozioni legate alla minaccia, alla perdita, alla responsabilità, alla cura, alla connessione e alla possibilità di cambiamento.
Comprendere le eco-emozioni è infatti importante non solo per tutelare il benessere psicologico delle persone, ma anche per esplorare il legame tra emozioni e azione: cosa ce ne facciamo, di queste emozioni? A volte la tentazione può essere di reprimerle, eliminarle, assopirle. Ma le emozioni sono segnali importanti: raccontano ciò che le persone hanno a cuore, ciò che sentono minacciato, e ciò che li spinge ad agire.
Per questo motivo, lo studio delle eco-emozioni non riguarda soltanto il benessere psicologico individuale. Comprendere come gli esseri umani rispondono emotivamente alla crisi eco-climatica è rilevante anche per chi lavora nella comunicazione, nell’educazione, nelle istituzioni, nelle organizzazioni e nei processi di cambiamento sociale.
Crisi eco-climatica: perché utilizzare questo termine
In questo articolo il termine crisi eco-climatica viene utilizzato per sottolineare la stretta relazione tra cambiamenti climatici e trasformazioni ecologiche più ampie.
La crisi climatica non può essere considerata separatamente dalla crisi degli ecosistemi, dalla perdita di biodiversità, dal degrado dei territori e dai sistemi umani che contribuiscono a queste trasformazioni.
Come vedremo più avanti, è possibile distinguere tra reazioni psicologiche legate al degrado ambientale in senso più ampio e reazioni legate nello specifico al cambiamento climatico. Per la maggior parte delle persone, però, le due dimensioni non sono così facilmente distinguibili: per questo, in questo articolo, le tratteremo come sfumature diverse di uno stesso fenomeno.
Inoltre, parlare di “crisi” ci aiuta a ricordare che non si tratta semplicemente di fenomeni naturali esterni agli esseri umani, ma che siamo profondamente implicati, di fronte a un bivio: il termine deriva infatti dal greco krisis, che indica un momento di decisione, di giudizio, di svolta. La crisi attuale è profondamente intrecciata con sistemi economici, sociali, politici e culturali sviluppati nel tempo, e come umanità siamo chiamati a decidere che direzione vogliamo prendere.
Questa dimensione è fondamentale anche dal punto di vista psicologico: le emozioni legate alla crisi eco-climatica non emergono soltanto dalla percezione di una minaccia ambientale, ma anche dal modo in cui le persone comprendono il proprio ruolo e le responsabilità che attribuiscono a collettività e istituzioni.
Che cos’è l’eco-ansia?
Dall’esperienza vissuta alla definizione scientifica
Procediamo con ordine, partendo dal concetto che negli ultimi anni è stato nominato più di ogni altro: l’ansia.
Nel linguaggio quotidiano, la parola ansia può indicare molte esperienze diverse. In psicologia, invece, l’ansia è un fenomeno specifico benché complesso. Non rappresenta necessariamente qualcosa di negativo: in una certa misura svolge una funzione adattiva, perché è un sistema di allerta che aiuta gli esseri umani a riconoscere possibili minacce e prepararsi ad affrontarle. Quando l’ansia ci aiuta a considerare potenziali pericoli e equipaggiarci per gestirli, in psicologia viene considerata una emozione “adattiva”, ovvero utile a vivere e sopravvivere nel mondo.
Nel contesto della crisi eco-climatica, il termine eco-ansia viene spesso definito come “la paura cronica della rovina ambientale” (Clayton et al., 2017). Un concetto affine, l’ansia climatica (o ansia da cambiamento climatico), è stato invece concettualizzato da Susan Clayton come “l’ansia associata alle percezioni sul cambiamento climatico, anche tra le persone che non hanno sperimentato personalmente alcun impatto diretto” (Clayton, 2020).
Nel dibattito pubblico i due termini vengono spesso usati in maniera intercambiabile, ma non è del tutto corretto: l’eco-ansia non riguarda soltanto la preoccupazione per il cambiamento climatico, ma una paura più ampia legata alla perdita e al degrado del mondo naturale nel suo complesso, di cui il cambiamento climatico è una parte centrale. Anche nella letteratura scientifica (vedi Pihkala, 2020) i due termini vengono utilizzati con sfumature diverse a seconda dell’ambito che si sta indagando. Con questa importante specifica, a scopi divulgativi, useremo qui il termine eco-ansia per comprendere anche i fenomeni generalmente associati all’ansia climatica.
Sebbene negli ultimi tempi ci sia stato un “boom” mediatico sul fenomeno dell’eco-ansia, di fatto la Psicologia Climatica se ne sta occupando da diverso tempo, studiandolo come costrutto psicologico e sviluppando strumenti per esplorarne caratteristiche e manifestazioni. Per citarne uno importante, c’è la Hogg Anxiety Scale, tradotta e validata in Italiano dalla Dott.ssa Giulia Rocchi.
Dando un nome specifico, sviluppando strumenti di indagine e conducendo ricerche sul fenomeno si ha quindi la possibilità di meglio comprenderlo. Questo non significa che studiare l’eco-ansia in ambito psicologico implichi considerarla automaticamente un disturbo: è importante sottolineare che preoccuparsi della crisi eco-climatica non è di per sé un segnale di disagio psicologico. Una certa quota di preoccupazione può rappresentare una risposta comprensibile e persino funzionale di fronte a una realtà complessa e potenzialmente pericolosa.
L’obiettivo dello studio su eco-ansia, infatti, non è eliminare la consapevolezza delle difficoltà, ma aiutare gli esseri umani a rispondere a ciò che percepiscono come una minaccia significativa.
Un punto importante della ricerca contemporanea è quindi distinguere tra:
• emozioni e preoccupazioni adattive, che possono sostenere attenzione, cura e partecipazione;
• sofferenza psicologica, quando il peso emotivo diventa difficile da sostenere e interferisce con il funzionamento quotidiano;
• condizioni cliniche o situazioni traumatiche, che possono richiedere un supporto specifico.
Se ti riconosci in una sofferenza persistente o in una condizione più clinica, puoi leggere di più sul percorso di supporto psicologico per l’eco-ansia.
Al di là dei casi in cui serve un supporto specifico per l’individuo, l’eco-ansia ci aiuta a comprendere un fenomeno più ampio. Racconta qualcosa sulla relazione tra esseri umani, società e crisi eco-climatica. Per approfondire questa relazione, è utile allargare lo sguardo a tutta la gamma di eco-emozioni che la crisi può generare.
📗 Eco-ansia è solo uno dei tanti termini per descrivere queste risposte emotive. Scopri gli altri nel Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica.
Comprendere le eco-emozioni: la crisi eco-climatica parla anche attraverso le emozioni
Oltre l’eco-ansia: la complessità delle risposte emotive alla crisi eco-climatica
La crisi eco-climatica non genera una sola risposta emotiva.
Quando parliamo di eco-ansia, infatti, stiamo parlando soltanto di una delle possibili modalità attraverso cui gli esseri umani reagiscono alla trasformazione del mondo in cui vivono. La ricerca sulle eco-emozioni mostra una realtà molto più ampia e complessa: davanti alla crisi climatica ed ecologica possiamo provare paura, tristezza, rabbia, senso di colpa, impotenza, ma anche cura, amore, appartenenza, gratitudine, speranza e desiderio di partecipazione.
Il filosofo ambientale australiano Glenn Albrecht ha dedicato parte del suo lavoro proprio a questo: dare un nome a ciò che le persone provano ma che, almeno in lingua inglese, non aveva ancora parole proprie.
Ha coniato così il termine emozioni psicoterratiche (dal greco psiche, mente, e terra, Terra) per descrivere questa ampia famiglia di vissuti — tra cui, come vedremo, la solastalgia (Albrecht, 2019).
La psichiatra e ricercatrice Sophia Betrò è tra le autrici che hanno contribuito a portare questi concetti nell’ambito scientifico e clinico italiano, dove si presenta lo stesso vuoto lessicale (Cianconi, Betrò & Janiri, 2020).
Uno strumento utile per parlare di questi vissuti è la Ruota delle Emozioni Climatiche, una rappresentazione grafica degli studi del ricercatore Panu Pihkala che ha documentato le emozioni più comunemente menzionate nel parlare di Cambiamento Climatico. Ho tradotto la versione italiana della Ruota insieme a Lucia Tecuta e Paola Sabatini, colleghe psicoterapeute bilingue e climate-aware.
Questa “mappa” mostra come le emozioni legate alla crisi eco-climatica siano molteplici e spesso intrecciate tra loro.
Per fare qualche esempio, chiaramente non esaustivo, di fronte ai fenomeni associati alla crisi eco-climatica possiamo provare:
• paura e ansia, quando percepiamo una minaccia o un futuro incerto;
• tristezza e lutto, quando riconosciamo perdite già avvenute o possibili;
• rabbia, quando incontriamo ingiustizie, responsabilità non riconosciute o ostacoli al cambiamento;
• colpa o senso di responsabilità, quando riflettiamo sul ruolo umano nella crisi;
• frustrazione e impotenza, quando il problema appare più grande delle nostre possibilità individuali;
• isolamento, quando percepiamo che chi ci circonda non riconosce o non comprende la profondità di questi vissuti;
• cura, amore e appartenenza, quando sentiamo il legame con altri esseri umani e con il mondo vivente;
• gratitudine, quando riconosciamo ciò che ancora esiste e che desideriamo proteggere;
• speranza, quando riusciamo a immaginare possibilità di risposta e trasformazione.
Queste emozioni non sono semplicemente reazioni individuali isolate. Il modo in cui ciascuno vive la crisi eco-climatica è influenzato dalla propria storia personale, dal contesto socio-culturale, dal rapporto con il territorio, dalle esperienze collettive e dalle risorse disponibili.
Ma perché persone diverse rispondono in modi così diversi davanti alla stessa crisi?
Per comprenderlo, può essere utile guardare alla dimensione temporale dell’esperienza umana: ciò che abbiamo perso, ciò che stiamo vivendo e ciò che immaginiamo possa accadere.
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Quando proviamo le eco-emozioni: tra perdita, adattamento e futuro immaginato
Il passato: perdita, lutto e il legame con i luoghi che cambiano
Le eco-emozioni non nascono soltanto dall’immaginazione di ciò che potrebbe accadere in futuro. Per molte persone, sono già intrecciate con esperienze vissute nel presente e nel passato: eventi climatici estremi, degrado degli ecosistemi, estinzioni di specie, perdita di luoghi significativi, cambiamenti nei modi di vivere o difficoltà legate alle condizioni ambientali.
La crisi eco-climatica può entrare nella vita psicologica attraverso esperienze molto concrete. Una casa distrutta da un’alluvione, un territorio trasformato dalla siccità, un’attività lavorativa resa più fragile da condizioni ambientali in cambiamento o una comunità costretta a ricostruire dopo un evento meteorologico estremo: queste esperienze possono mettere alla prova il senso di sicurezza, continuità e appartenenza delle persone.
Ma la perdita ecologica non riguarda soltanto ciò che è materialmente perduto. I luoghi hanno spesso un valore emotivo, culturale e relazionale. Un paesaggio può contenere memorie familiari, tradizioni, pratiche collettive, identità e senso di appartenenza.
Per alcune comunità, determinati luoghi hanno anche significati spirituali o sacri, e la loro trasformazione può rappresentare una perdita profonda che riguarda il rapporto tra persone, territorio e storia.
Anche molte persone che hanno sviluppato un forte senso di connessione con il mondo naturale possono sperimentare un dolore profondo davanti alla perdita di un ecosistema, alla scomparsa di una specie o alla trasformazione irreversibile di un ambiente a cui erano legate. In questi casi, ciò che viene meno non è soltanto un elemento esterno, ma una relazione significativa.
Quando le perdite si accumulano: trauma, lutto e resilienza delle comunità
Concetti come lutto ecologico e solastalgia aiutano a descrivere alcune delle risposte emotive che possono emergere quando gli ambienti a cui siamo legati cambiano in modo significativo.
Tra i termini che Albrecht propone per descrivere diversi tipi di emozioni psicoterratiche, la solastalgia si riferisce a «la nostalgia provata pur restando a casa» (the homesickness felt when one is still at home): il dolore legato alla perdita di solace, cioè del conforto e del senso di sollievo che un ambiente familiare offriva, quando quel mondo cambia profondamente pur rimanendo fisicamente presente — un’esperienza raccontata in prima persona nell’articolo dedicato alla lettura transculturale [→ link all’articolo Ecopsicologa — Lettura Transculturale].
Il lutto ecologico è un concetto affine, che si concentra piuttosto su ciò che è andato perduto in modo tangibile e definitivo: la scomparsa di una specie, la morte di un ecosistema, gli animali e le piante che non sopravvivono a un incendio o a un’altra catastrofe ambientale, o le comunità che perdono il proprio territorio. Se la solastalgia nasce dalla perdita di conforto e sicurezza psicologica in un luogo che rimane fisicamente presente, il lutto ecologico nasce da un’assenza concreta: qualcosa che non c’è più — un tema approfondito dal ricercatore Panu Pihkala, che esploreremo anche più avanti. Le due esperienze non si escludono a vicenda: spesso convivono, illuminando angolazioni diverse della stessa perdita.
La ricerca sulla crisi eco-climatica ha inoltre evidenziato come le conseguenze psicologiche possano essere amplificate quando le perdite si susseguono nel tempo. Dopo un evento difficile, individui e comunità hanno bisogno di tempo, risorse e sostegno per elaborare ciò che è accaduto, ricostruire e ritrovare un senso di stabilità. Quando un nuovo evento arriva prima che questo processo sia concluso, il carico emotivo può accumularsi (Mitchell et al., 2024; Morganstein & Ursano, 2020).
Questo è particolarmente rilevante per le comunità che vivono esposizioni ripetute a eventi climatici estremi. La situazione può essere ancora più complessa quando questi eventi si intrecciano con altre forme di instabilità, come conflitti, crisi economiche o fragilità sociali e politiche. L’esperienza non riguarda soltanto il singolo episodio, ma anche l’incertezza continua, la fatica della ricostruzione e la sensazione di non avere abbastanza tempo per recuperare.
La dimensione della perdita può quindi essere individuale, ma anche collettiva. Può riguardare persone, famiglie, comunità e il rapporto condiviso con i luoghi in cui si vive.
Il presente: vivere in un mondo che cambia e adattarsi all’incertezza
La crisi eco-climatica non riguarda soltanto ciò che è già accaduto. Per molte persone è una realtà presente, che richiede continui processi di adattamento.
Adattarsi non significa soltanto rispondere a grandi eventi. Può significare anche convivere quotidianamente con nuove condizioni ambientali, modificare abitudini, prendere decisioni in contesti meno prevedibili e cercare di mantenere un senso di equilibrio mentre il mondo intorno cambia.
Per alcune persone, questo continuo bisogno di adattamento può generare anche un senso di impotenza o di blocco, come se le proprie azioni non fossero mai abbastanza rispetto alla portata del problema.
Alcune persone vivono questa realtà attraverso un’esposizione diretta: chi lavora in settori fortemente influenzati dalle condizioni climatiche, come agricoltura, pesca, turismo o attività all’aperto; chi vive con problemi di salute aggravati dal caldo, dall’inquinamento atmosferico o dagli eventi estremi; chi ha ruoli di cura per persone fragili all’interno della propria famiglia.
Anche le persone che vivono in condizioni socio-economiche precarie o in situazioni di marginalizzazione possono avere meno risorse disponibili per adattarsi agli impatti della crisi.
Le differenze nelle risorse disponibili sono una dimensione importante della crisi eco-climatica: non tutte le persone e comunità hanno lo stesso livello di protezione, possibilità di scelta o capacità di recupero. Per questo motivo, comprendere le eco-emozioni richiede anche uno sguardo attento ai fattori sociali, economici e culturali che influenzano il modo in cui la crisi viene vissuta.
L’esposizione indiretta: quando la crisi arriva attraverso le notizie
Allo stesso tempo, non è necessario vivere direttamente un evento estremo per essere coinvolti emotivamente. Molte persone sperimentano forme di esposizione indiretta attraverso immagini, informazioni, racconti e la consapevolezza di ciò che sta accadendo ad altri esseri umani, ad altri territori e agli ecosistemi da cui dipendiamo.
Le persone possono avere percezioni differenti dei fenomeni in corso a seconda della fonte delle notizie, e di conseguenza reazioni diverse. Questo è particolarmente rilevante in un’epoca in cui algoritmi personalizzati possono creare grandi differenze tra i contenuti offerti a persone diverse.
Questa dinamica può portare alcune persone a trascorrere ore scorrendo un flusso continuo di notizie allarmistiche — un fenomeno noto come doomscrolling. Non è necessariamente una scelta consapevole: di fronte a un evento percepito come minaccioso, cercare più informazioni può essere un tentativo di ritrovare un senso di controllo. Ma quando questa ricerca si intreccia con contenuti pensati per catturare l’attenzione più che per informare, l’esposizione indiretta può diventare essa stessa fonte di sovraccarico emotivo, amplificando il distress invece di aiutare a comprenderlo o elaborarlo. Un approccio diverso al consumo di notizie allarmanti, come quello del solutions journalism, può aiutare a spezzare questo circolo [→ link all’articolo Psicologia Climatica].
Anche il modo in cui queste informazioni vengono comunicate può influenzare la risposta emotiva. La presenza di informazioni contrastanti, disinformazione o comunicazioni prive di contesto può contribuire a creare confusione, disorientamento e difficoltà nel comprendere come orientarsi davanti a una realtà complessa e percepita come minacciosa.
Il futuro: immaginare ciò che verrà
Una delle caratteristiche fondamentali dell’esperienza umana è la capacità di immaginare il futuro. Questa capacità ci permette di prepararci, prenderci cura, pianificare e costruire possibilità.
Ma significa anche che possiamo provare emozioni intense davanti a scenari che non sono ancora accaduti.
La crisi eco-climatica coinvolge quindi non soltanto ciò che vediamo cambiare oggi, ma anche ciò che immaginiamo possa accadere domani. Le immagini del futuro influenzano il modo in cui interpretiamo il presente e il tipo di emozioni che emergono.
Nel dibattito pubblico sulla crisi eco-climatica possiamo incontrare diverse narrazioni del futuro.
Alcune tendono a rappresentare il cambiamento come qualcosa che richiederà soltanto alcuni adattamenti, lasciando immaginare una continuità sostanziale dei modi di vivere attuali, nonostante questo non corrisponda alla complessità degli scenari scientifici e alle esperienze già vissute da molte persone e comunità.
Altre immagini sono invece centrate su scenari di perdita profonda, collasso e impossibilità di reagire, in cui i cambiamenti e le perdite a cui già stiamo assistendo vengono percepiti come destinati ad aggravarsi inevitabilmente.
È chiaro che il modo in cui immaginiamo gli scenari futuri ha un impatto sul nostro stato emotivo. La ricerca sulle eco-emozioni mostra infatti che il futuro immaginato può diventare uno spazio in cui emergono sia sofferenza sia possibilità (Ojala, 2012).
Se immaginiamo un futuro catastrofico, probabilmente proveremo ansia, paura e senso di incertezza di fronte a scenari percepiti come minacciosi. Queste emozioni possono avere una funzione adattiva: segnalano che qualcosa ha valore e possono spingere alla preparazione, alla ricerca di informazioni e alla cura.
Potremmo anche sperimentare quello che il ricercatore Panu Pihkala chiama lutto anticipatorio: il dolore legato alla possibilità di perdere qualcosa di importante — un luogo, una specie, un modo di vivere, una relazione con il territorio o un’immagine del futuro che avevamo costruito.
Quando però la previsione della minaccia e della perdita diventa troppo intensa o supera le risorse disponibili, gli esseri umani possono mettere in atto diverse strategie per gestire il carico emotivo.
Alcune persone cercano confronto, informazione e partecipazione; altre possono prendere distanza, evitare il tema, ridurre l’esposizione alle notizie o arrivare a forme più stabili di disconnessione e negazione.
Queste risposte possono essere comprese anche come tentativi di protezione psicologica davanti a una realtà difficile da integrare. Allo stesso tempo, comprendere questi processi è importante perché una distanza prolungata dalla realtà della crisi può rendere più difficile sviluppare risposte collettive efficaci.
Il rapporto con la crisi eco-climatica non dipende quindi soltanto dalle informazioni che riceviamo, ma anche dalla nostra capacità psicologica di elaborarle, integrarle e trasformarle in risposta.
Ed è proprio qui che emerge un’altra dimensione fondamentale delle eco-emozioni: la capacità umana di immaginare non soltanto ciò che rischiamo di perdere, ma anche ciò che possiamo contribuire a costruire.
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Speranza e crisi eco-climatica: coltivare possibilità in un mondo che cambia
Quando parliamo di eco-emozioni, spesso l’attenzione si concentra sulle emozioni più difficili da sostenere: la paura, l’ansia, la tristezza, il senso di impotenza. Queste esperienze sono importanti da riconoscere, perché ci raccontano qualcosa del nostro rapporto con il mondo e con ciò che consideriamo prezioso.
Ma anche dentro una realtà complessa possono emergere emozioni e capacità che sostengono il senso di possibilità, connessione e partecipazione.
La speranza è una di queste.
Nella psicologia climatica, la speranza non viene intesa semplicemente come aspettativa che “andrà tutto bene”. È una dimensione più profonda, collegata alla capacità di immaginare possibilità, mantenere il legame con ciò che conta e orientare le proprie energie verso forme di cura e partecipazione.
La speranza può quindi coesistere con la consapevolezza delle difficoltà. Può nascere proprio dal riconoscimento di ciò che è fragile e dalla scelta di rimanere in relazione con il mondo, con gli altri e con il futuro.
Active Hope: trasformare la consapevolezza in partecipazione
Il concetto di Active Hope, sviluppato da Joanna Macy e Chris Johnstone, esplora proprio questa dimensione. La speranza viene descritta non soltanto come qualcosa che proviamo, ma anche come una pratica: un modo di orientare il nostro rapporto con la realtà.
In questa prospettiva, la speranza nasce dall’incontro tra tre elementi: la capacità di riconoscere ciò che sta accadendo, la connessione con ciò che ha valore e la disponibilità a partecipare ai processi di cambiamento.
Parte integrante del concetto di speranza attiva è il fattore di collaborazione e comunità. Le sfide ecologiche non possono essere affrontate soltanto attraverso lo sforzo personale: richiedono collaborazione, immaginazione collettiva, cambiamenti culturali e nuove forme di relazione.
La speranza, quindi, può essere una risorsa sia individuale sia collettiva. Può sostenere la capacità di prendersi cura di sé mentre ci si confronta con temi difficili, ma anche rafforzare il senso di appartenenza e la possibilità di costruire risposte condivise.
Capacità umana di prendersi cura e riparare
Uno degli aspetti più interessanti delle eco-emozioni è che non riguardano soltanto il modo in cui reagiamo alle minacce, ma anche il modo in cui ci relazioniamo a ciò che amiamo.
La capacità di provare cura nasce spesso proprio dalla percezione di un legame: con una persona, una comunità, un luogo, una specie, un ecosistema o un futuro possibile.
Gli esseri umani non sono soltanto capaci di riconoscere problemi complessi: sono anche capaci di collaborare, apprendere, adattarsi, immaginare e costruire nuove possibilità.
Questo non significa ignorare le perdite o minimizzare la gravità della crisi eco-climatica. Significa riconoscere che la risposta umana comprende anche capacità di cura, solidarietà e trasformazione.
Nel contesto italiano, il lavoro di Pietro Corazza, Coltivare speranza su un pianeta al collasso, si inserisce proprio in questa riflessione: come possiamo mantenere viva la capacità di immaginare, prenderci cura e partecipare mentre affrontiamo una crisi ecologica profonda?
Gratitudine e appartenenza: riconoscere ciò che ancora esiste
Tra le eco-emozioni che possono sostenere il rapporto con la crisi eco-climatica troviamo anche la gratitudine.
La gratitudine non significa ignorare ciò che è minacciato o perduto. Può invece rappresentare un modo di riconoscere il valore di ciò che esiste ancora: un paesaggio, una relazione, una comunità, una specie, un momento di connessione, persone che si mettono in campo per migliorare le cose.
Riconoscere ciò che amiamo e valorizziamo può rafforzare il desiderio di proteggerlo.
Questa dimensione è particolarmente importante perché il rapporto con la crisi eco-climatica non riguarda soltanto ciò che dobbiamo evitare o correggere, ma anche ciò che desideriamo preservare e coltivare.
Comprendere la gratitudine all’interno delle eco-emozioni significa quindi riconoscere una parte fondamentale dell’esperienza umana davanti alla crisi eco-climatica: la capacità di restare presenti davanti alla complessità, mantenere il legame con ciò che conta e contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di nuove possibilità.
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Uno sguardo culturale e globale sulle eco-emozioni
Abbiamo visto come la dimensione temporale — passato, presente e futuro — aiuti a comprendere perché le eco-emozioni assumono forme diverse da persona a persona. Ma il tempo non è l’unica lente utile: anche il contesto sociale, culturale e geografico in cui viviamo gioca un ruolo fondamentale, e non tutte le esperienze emotive legate alla crisi vengono raccontate — o riconosciute — allo stesso modo.
La climate anxiety in una prospettiva globale
La ricerca internazionale sta mostrando sempre più chiaramente questa complessità. Il lavoro di Charles Ogunbode ha contribuito a esplorare come la climate anxiety e le risposte emotive alla crisi climatica vengano vissute in diversi contesti globali, evidenziando l’importanza di non assumere automaticamente che le categorie sviluppate nella ricerca occidentale rappresentino l’esperienza universale dell’umanità. Ad esempio, il lavoro dell’attivista e ricercatrice nigeriana Jennifer Uchendu mette in luce la maggior frequenza di sensi di colpa tra giovani inglesi rispetto a una maggiore incidenza di rabbia da parte dei giovani nigeriani — un tema che approfondisco nell’articolo dedicato alla lettura transculturale [→ link all’articolo Ecopsicologa — Lettura Transculturale].
Questo è particolarmente rilevante perché, in molte comunità del mondo, le conseguenze della crisi eco-climatica non vengono necessariamente interpretate attraverso il linguaggio dell’“ansia climatica”.
Una comunità che affronta la scarsità d’acqua, ad esempio, potrebbe attribuire la propria esperienza a processi di sfruttamento delle risorse, decisioni politiche o azioni di specifici attori economici, e non direttamente al cambiamento climatico. La risposta emotiva potrà quindi assumere un’altra forma: potrebbe non essere “come gestisco la mia ansia davanti alla crisi climatica?” ma “come elaboro la rabbia e il dolore legati alla perdita di qualcosa che apparteneva alla mia comunità?”
Questa lente diventa particolarmente importante quando si indagano le esperienze emotive delle comunità più colpite dai fenomeni climatici e con minore potere decisionale — cioè le comunità più esposte agli impatti, ma più escluse dalle decisioni economiche e politiche che li determinano. Tra queste rientrano anche le comunità con storie di colonialismo, imperialismo ed estrattivismo, che storicamente hanno avuto poca voce in capitolo nelle grandi decisioni ambientali che le riguardavano. Per queste comunità, il focus emotivo e cognitivo può essere più sull’ingiustizia umana che sulla percezione dei fenomeni ambientali.
Oltre il concetto di eco-ansia: una critica necessaria
Questo ci porta anche a una riflessione importante sul termine stesso di eco-ansia. Alcune critiche hanno sottolineato il rischio che questo concetto venga associato soprattutto a persone relativamente protette dagli impatti più immediati della crisi, per le quali il cambiamento climatico viene vissuto principalmente come una minaccia futura.
Questa osservazione invita a una maggiore attenzione. L’eco-ansia è un costrutto scientifico reale e studiato, utile per comprendere una parte delle risposte psicologiche alla crisi eco-climatica. Allo stesso tempo, non può essere considerata l’unica modalità attraverso cui gli esseri umani vivono emotivamente questa trasformazione.
Il punto non è stabilire chi abbia “diritto” a provare eco-ansia o quale risposta sia più valida. Il punto è ampliare lo sguardo: riconoscere che la crisi eco-climatica può generare molte forme di esperienza emotiva, alcune delle quali vengono espresse attraverso il linguaggio della psicologia, altre attraverso il linguaggio della perdita, della giustizia, dell’attivismo, della rabbia o della cura collettiva.
Quando il cambiamento climatico diventa visibile: il contributo dell’antropologia
Anche l’approccio antropologico aiuta a comprendere questa complessità. Il lavoro di Elisabetta Dall’Ò, ad esempio, esplora come le comunità alpine interpretino i cambiamenti ambientali attraverso la propria relazione con il territorio. Nel contesto delle Alpi, fenomeni come il ritiro dei ghiacciai, la trasformazione dei paesaggi e i cambiamenti nelle pratiche legate alla montagna non vengono vissuti soltanto come modificazioni fisiche dell’ambiente, ma anche come trasformazioni del proprio mondo quotidiano: luoghi della memoria, identità locali, attività economiche e modi di abitare il territorio.
Un elemento interessante del suo lavoro riguarda il concetto di “in-visibile”: alcuni cambiamenti possono essere scientificamente documentati, ma rimanere difficili da riconoscere, interpretare o integrare nell’esperienza quotidiana delle persone. Quando un fenomeno non viene percepito come reale, vicino o significativo, può essere più difficile sviluppare una risposta emotiva ad esso.
Questo aiuta a comprendere perché le eco-emozioni dipendano anche dal modo in cui una crisi viene resa visibile: non solo attraverso dati e informazioni, ma attraverso esperienze, memorie, relazioni e significati condivisi. Il clima che cambia non è quindi soltanto un fenomeno fisico da osservare, ma un cambiamento che deve anche essere riconosciuto all’interno del mondo umano in cui prende forma.
Salute mentale e crisi climatica: il riconoscimento delle istituzioni internazionali
La crisi climatica è anche una crisi di salute mentale.
Non si tratta soltanto di una crescente attenzione da parte della psicologia o di un nuovo interesse per l’eco-ansia. Le principali istituzioni internazionali di salute pubblica hanno ormai riconosciuto che il cambiamento climatico rappresenta una minaccia significativa per la salute mentale e il benessere psicosociale.
Nel 2022, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento specificamente dedicato al rapporto tra salute mentale e cambiamento climatico, sottolineando come la crisi climatica possa contribuire a distress emotivo, ansia, depressione, lutto e altri problemi di salute mentale, e raccomandando di integrare il sostegno psicologico e psicosociale nelle risposte alla crisi climatica.
Lo stesso anno, il rapporto dell’IPCC ha identificato il cambiamento climatico come una minaccia crescente per la salute mentale e il benessere psicosociale. Nel 2023, il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha sintetizzato questa prospettiva con una formulazione particolarmente chiara: la crisi climatica è una crisi sanitaria.
Questo riconoscimento è importante perché amplia il modo in cui possiamo pensare alla salute mentale. Le conseguenze psicologiche della crisi climatica non possono essere comprese soltanto come problemi individuali: sono intrecciate con eventi estremi, perdita di luoghi e mezzi di sussistenza, disuguaglianze, migrazioni, interruzione delle reti sociali e trasformazioni profonde degli ambienti in cui viviamo.
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Perché comprendere le eco-emozioni è importante
Ora che sappiamo come nascono le eco-emozioni e perché assumono forme diverse da persona a persona, resta una domanda: cosa ne facciamo?
È qui che entra in gioco la psicologia climatica: non si occupa solo di mappare le eco-emozioni, ma anche di comprendere cosa farsene — come possano sostenere o ostacolare il benessere e l’azione individuale e collettiva.
Climate Aware Therapy: uno spazio per elaborare il disagio climatico
Vista la portata dei vissuti legati alla crisi eco-climatica, è sempre più frequente che queste esperienze arrivino anche nello studio dello psicoterapeuta. La Climate Aware Therapy è la cornice che permette di accogliere questi vissuti in modo mirato, aiutando a ridurre il disagio senza patologizzarlo.
Non è un approccio a sé, con una propria formazione esclusiva o una propria popolazione di riferimento: è una lente. Un terapeuta può provenire da qualsiasi formazione ed essere specializzato su qualsiasi tipo di problematica o popolazione, e in aggiunta essere climate-aware — cioè attento a riconoscere quando la crisi eco-climatica entra nell’esperienza della persona che ha di fronte.
Parte dal riconoscimento che ansia, dolore, rabbia o senso di impotenza legati alla crisi eco-climatica non sono necessariamente segnali di un problema individuale da correggere, ma risposte comprensibili a un fenomeno complesso. In un percorso climate-aware, queste emozioni vengono quindi esplorate — non automaticamente ridotte o rimosse — insieme al contesto individuale, alla storia personale e alle altre dimensioni che possono influenzare il benessere psicologico.
Un professionista climate-aware ha anche gli strumenti per distinguere quando questi vissuti restano nell’ambito di una risposta adattiva, e quando invece sfociano — o si intrecciano — in disturbi più significativi, che richiedono interventi specifici già validati per quella condizione. Il climate-aware non sostituisce questi interventi: li integra, mantenendo la consapevolezza del contesto eco-climatico anche quando il lavoro terapeutico si concentra su altro.
Un percorso di questo tipo può aiutare a:
• dare un nome e uno spazio a emozioni spesso difficili da portare altrove, senza sentirsi giudicati o esagerati;
• distinguere ciò che appartiene alla crisi eco-climatica da ciò che si intreccia con altre difficoltà personali;
• ritrovare un senso di significato, connessione e capacità d’azione, oltre alla sola riduzione del disagio;
• accompagnare il rapporto con un futuro incerto, senza doverlo affrontare da soli.
Dalle emozioni all’azione: i comportamenti pro-ambientali
Oltre a ridurre il disagio, la psicologia climatica ci aiuta anche a capire il nesso tra le emozioni e le azioni — o le azioni mancate.
I comportamenti pro-ambientali sono le azioni — private, come ridurre i consumi energetici o usare i mezzi pubblici, o pubbliche, come partecipare a mobilitazioni ambientaliste — che le persone mettono in campo per proteggere l’ambiente (Steg & Vlek, 2009). La ricerca mostra che ad adottarli con più facilità sono le persone che sentono un forte legame con la natura e per cui la cura dell’ambiente fa parte della propria identità (Liga et al., 2024): per queste persone, agire concretamente diventa spesso anche un modo per gestire le proprie eco-emozioni, costruendo un senso di efficacia di fronte alla crisi (Rocchi, 2024).
Comprendere questo nesso è utile in particolare in due ambiti in cui le eco-emozioni orientano — o disorientano — l’azione collettiva: la comunicazione e la leadership.
Comunicazione climatica: emozioni, fiducia e partecipazione
La crisi eco-climatica non viene comunicata soltanto attraverso dati e informazioni: viene anche interpretata attraverso storie, immagini e significati.
Il modo in cui raccontiamo il cambiamento climatico può influenzare il modo in cui le persone si relazionano ad esso: se lo percepiscono come distante o vicino, inevitabile o affrontabile, fonte di paralisi o di partecipazione.
Per questo comprendere le eco-emozioni è importante anche per chi lavora nella comunicazione.
Una comunicazione efficace non deve eliminare le emozioni difficili, ma riconoscerle e accompagnarle. Paura, dolore e rabbia possono essere presenti insieme a possibilità, soluzioni e capacità collettive.
In questo senso, approcci come il solutions journalism possono contribuire a costruire narrazioni che non negano la gravità della crisi, ma mostrano anche possibilità di risposta, innovazione e partecipazione.
[BOX] Racconti la crisi climatica per lavoro? Guarda, ascolta, leggi le mie interviste e altri contenuti divulgativi → Media e Divulgazione
Leadership e istituzioni: persone che guidano il cambiamento
Le persone che lavorano nelle istituzioni, nelle organizzazioni e nei processi di transizione ecologica non sono osservatori esterni della crisi: ne sono anch’esse parte.
Leader, amministratori, professionisti e responsabili decisionali devono spesso navigare una complessità emotiva significativa: l’urgenza di agire, l’incertezza sui risultati, il peso delle decisioni, il conflitto tra priorità diverse e talvolta il dolore per ciò che sta cambiando.
Riconoscere questa dimensione non significa sostituire l’evidenza scientifica con le emozioni. Significa riconoscere che anche le decisioni più tecniche vengono prese da esseri umani, all’interno di comunità umane.
Una maggiore consapevolezza delle eco-emozioni può aiutare chi guida processi di cambiamento a:
• comunicare con maggiore sensibilità;
• comprendere le reazioni delle persone coinvolte;
• creare spazi in cui paura, rabbia e preoccupazione possano essere ascoltate senza bloccare il processo;
• sostenere partecipazione, fiducia e capacità collettiva di adattamento.
✍️ Se lavori in un’organizzazione e vuoi portare questa consapevolezza al tuo team o processo decisionale, scrivimi .
Natura, connessione ed ecoterapia: ritrovare il nostro posto nel mondo vivente
Fin qui ci siamo concentrati sulle eco-emozioni legate ai momenti di crisi — quando il rapporto tra esseri umani e natura si rompe o si complica. Ma come ci insegna l’ecopsicologia, oltre alle reazioni alla crisi esiste una gamma più ampia di vissuti legati alla Terra in sé, e alla possibilità di ritrovarvi un senso di connessione e di appartenenza.
L’ecopsicologia legge parte di questo disagio anche come conseguenza di una separazione: il progressivo allontanamento, nelle società contemporanee, dal senso di appartenenza al mondo vivente. Da questa prospettiva, una parte della sofferenza legata alla crisi eco-climatica nasce anche dal sentire profondamente qualcosa che è più grande del singolo individuo.
La connessione con la natura come risorsa psicologica
La letteratura sulla psicologia ambientale e sulla salute mentale ha iniziato a esplorare sempre più il ruolo della connessione con la natura come possibile risorsa per accompagnare le persone che vivono forme di sofferenza legate alla crisi eco-climatica, inclusa l’eco-ansia (Baudon & Jachens, 2021).
Questo non significa considerare la natura una “cura” per emozioni che nascono davanti a una crisi reale e complessa, né spostare sul singolo individuo la responsabilità di adattarsi a un problema collettivo: significa riconoscere che la relazione con il mondo vivente può offrire uno spazio psicologico importante.
🪶 Approfondisci il legame natura e salute mentale nell’articolo dedicato.
Nel contesto delle eco-emozioni, la connessione con la natura può aiutare a:
• espandere la prospettiva, spostandoci da una visione esclusivamente individuale verso una comprensione più ampia del tempo, delle relazioni e dei sistemi di cui facciamo parte;
• ridurre il senso di isolamento, ricordandoci che non siamo esseri separati che affrontano da soli un cambiamento enorme;
• sostenere meraviglia e umiltà, attraverso l’incontro con qualcosa di più grande di noi, senza che questo significhi sentirsi insignificanti;
• riconnetterci ai cicli di cambiamento e rigenerazione, riconoscendo che il mondo vivente comprende perdita, trasformazione, adattamento e rinascita;
• creare un senso di appartenenza oltre la durata della singola vita, attraverso una relazione con luoghi, ecosistemi e forme di vita che esistevano prima di noi e continueranno dopo di noi.
Sul piano pratico, questo lavoro di riconnessione trova spazio nell’ecoterapia — un approccio che, attraverso il rapporto con il corpo, i luoghi e il mondo più-che-umano, aiuta le persone a costruire, o ricostruire, un senso di appartenenza. Non è una promessa di sollievo automatico, ma un contenitore in cui le eco-emozioni possano essere accolte, comprese e, a volte, trasformate in azione.
🪶 Vuoi approfondire il campo dell’ecoterapia? Leggi l’articolo sul blog.
Le eco-emozioni come bussola nel bivio
Abbiamo aperto questo articolo ricordando che la parola crisi viene dal greco krisis: un momento di decisione, di giudizio, di svolta. Le eco-emozioni sono proprio ciò che ci permette di abitare quel bivio senza esserne sopraffatti — che si tratti di elaborarle in terapia, di trasformarle in azione collettiva o individuale, o di ritrovare attraverso di esse un senso di appartenenza nel mondo vivente. Non sono un problema da risolvere, ma un segnale da ascoltare: un modo per orientarci nella direzione che, come umanità, siamo chiamati a scegliere. Siamo del mondo — e da questo, in modi diversi, possiamo anche imparare a prendercene cura.
Il mio approccio alle eco-emozioni
Nel mio lavoro clinico, le eco-emozioni non sono qualcosa da correggere o normalizzare a tutti i costi: sono un materiale prezioso con cui lavorare, proprio come qualsiasi altra esperienza emotiva che le persone portano in seduta. Quando qualcuno arriva con ansia, dolore o rabbia legati alla crisi eco-climatica, il mio compito è innanzitutto validare questi vissuti, per poi aiutare a distinguere cosa appartiene specificamente alla crisi eco-climatica e cosa si intreccia invece con altre difficoltà — lutto, ansia, depressione, trauma — che i fenomeni eco-climatici possono aggravare.
Lo stesso lavoro trova spazio anche nella terapia di coppia, dove capita spesso che i due partner vivano la crisi eco-climatica con intensità molto diverse: chi la sente come un’urgenza costante e chi la vive con maggiore distacco o ottimismo. In questi casi, il mio lavoro è aiutare la coppia a comprendersi reciprocamente, senza cercare di stabilire chi ha “ragione”.
Ho condotto Climate Café per conto della Climate Psychology Alliance e in Italia in collaborazione con la Dott.ssa Lucia Tecuta e altre colleghe. L’obiettivo è quello di creare spazi dove si può parlare delle proprie emozioni in un contesto di accoglienza e ascolto: come detto, ognuno vive la crisi eco-climatica a modo suo, e parlarne e ascoltare può essere di grande aiuto nella gestione di emozioni difficili.
Offro anche consulenze e formazioni ad aziende e organizzazioni, oltre a collaborazioni con giornalisti, per portare questa consapevolezza su come le eco-emozioni influenzano l’engagement e le decisioni delle persone a cui si rivolgono. Se rappresenti un’organizzazione o una testata e vuoi approfondire questi temi, scrivimi.
Infine, con colleghi e colleghe della salute mentale, condivido formazioni specifiche per riconoscere e lavorare con le eco-emozioni — inclusi corsi ECM sulla Psicologia Climatica [→ link all’articolo Psicologia Climatica] — e risorse pratiche: nella sezione risorse del sito trovate il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, realizzato con altri colleghi Climate Aware, e la Ruota delle Emozioni Climatiche, già citata sopra nella sua traduzione italiana della Climate Emotions Wheel del Climate Mental Health Network.
Conclusione
Le eco-emozioni non sono un effetto collaterale della crisi eco-climatica, ma uno dei modi principali in cui questa crisi entra nella vita delle persone. In questo articolo abbiamo provato ad ampliare lo sguardo oltre l’eco-ansia, riconoscendo un intero paesaggio di risposte possibili — paura, lutto, rabbia, colpa, ma anche cura, gratitudine e speranza — che si intrecciano diversamente a seconda della storia personale, della cultura e del momento, passato, presente o futuro, in cui vengono vissute.
Non esiste un modo giusto o sbagliato di provare queste emozioni, né una soglia fissa oltre la quale sentirle diventa automaticamente un problema da correggere. Restano, nella maggior parte dei casi, risposte comprensibili a una realtà complessa — e proprio per questo meritano di essere comprese, non represse: possono diventare una risorsa, tanto per il singolo quanto per le comunità e le organizzazioni che affrontano insieme questa trasformazione.
È con questa attenzione che porto le eco-emozioni nel mio lavoro, ai diversi livelli descritti sopra — individuale, di coppia, collettivo, organizzativo, formativo — e con la stessa attenzione continuo a invitare chi legge a dare un nome a ciò che prova con compassione e curiosità, senza fretta di scacciare l’emozione o trasformarla in una diagnosi di patologia.
FAQ: Eco-ansia ed Eco-emozioni
Che cos’è l’eco-ansia e quali sono i sintomi principali?
L’eco-ansia è una risposta emotiva legata alla consapevolezza della crisi climatica e delle sue conseguenze. Può includere preoccupazione, paura, tristezza, rabbia, senso di impotenza, senso di colpa o difficoltà a immaginare il futuro. Non indica necessariamente un problema psicologico: può essere una reazione comprensibile davanti a una minaccia reale.
Qual è la differenza tra eco-ansia e ansia climatica?
I termini eco-ansia e ansia climatica vengono spesso usati come sinonimi. In genere, l’ansia climatica si riferisce più specificamente alle preoccupazioni legate al cambiamento climatico, mentre l’eco-ansia può includere anche altre forme di sofferenza legate alla crisi ecologica, come perdita di biodiversità, distruzione degli ecosistemi o trasformazioni del territorio.
Quali sono le eco-emozioni e quali emozioni può suscitare la crisi eco-climatica?
Le eco-emozioni sono le emozioni legate alla relazione tra esseri umani e mondo vivente. Possono includere paura, dolore, lutto ecologico, rabbia, senso di responsabilità, colpa, speranza, meraviglia e desiderio di prendersi cura. Non sono solo emozioni negative: possono anche sostenere consapevolezza e azione.
Perché alcune persone provano eco-ansia e altre reagiscono diversamente alla crisi climatica?
Le persone vivono la crisi eco-climatica in modi diversi perché le emozioni dipendono dalla propria storia, cultura, territorio, condizioni sociali, livello di esposizione agli impatti climatici e dalle narrazioni attraverso cui si interpreta ciò che accade. Non esiste un’unica esperienza universale della crisi climatica.
Che cos’è la Climate Aware Therapy e come si collega alla crisi eco-climatica?
La Climate Aware Therapy è un approccio psicologico che riconosce il ruolo della crisi eco-climatica nella salute mentale. Aiuta le persone a elaborare emozioni come eco-ansia, dolore, rabbia e senso di impotenza, senza patologizzare reazioni comprensibili davanti a una crisi reale.
L’eco-ansia è un disturbo mentale?
No, l’eco-ansia non è automaticamente un disturbo mentale. Può essere una risposta emotiva naturale e persino adattiva alla crisi climatica. Diventa importante valutare un supporto psicologico quando il disagio è intenso, persistente o interferisce significativamente con la vita quotidiana.
📗 Prima di addentrarti nelle letture, un primo orientamento: il Glossario di Ecopsicologia e Psicologia Climatica, con letture di approfondimento per ogni termine.
📚 Letture di approfondimento
🇮🇹 In italiano
Paolo Cianconi, Luigi Janiri, Batul Hanife & Francesco Grillo — Cambiamento climatico e salute mentale. Dall'ecologia della mente alla mente ecologica
Pietro Corazza — Coltivare speranza su un pianeta al collasso
Elisabetta Dall'Ò — Il cambiamento in-visibile. Antropologia dei cambiamenti climatici nel cuore delle Alpi
🌍 In inglese
Albrecht, G. (2019). Earth Emotions: New Words for a New World. Cornell University Press.
Macy, J., & Johnstone, C. (2012). Active Hope: How to Face the Mess We're in without Going Crazy. New World Library.
Ricerche citate nell’articolo
Susan Clayton — ricerche sulla psicologia del cambiamento climatico; ha contribuito a comprendere il ruolo di emozioni, identità, valori e percezione del rischio.
Charles Ogunbode — ricerche sulla climate anxiety in prospettiva globale, contesti culturali e non occidentali.
Isobel Whitcomb — "Is It Time to Abandon the Term 'Climate Anxiety'?" (YES! Magazine, 2021) — con le voci di ricercatori e attivisti tra cui Jennifer Uchendu.
Maria Ojala — ricerche su speranza e preoccupazione (hope and worry) nei giovani; distingue "macro worry" e "micro worry" (Ojala, 2012).
Panu Pihkala — ricerche su eco-ansia, eco-emozioni ed eco-lutto, con attenzione ai giovani e ai contesti educativi.
Sophia Betrò — ricerche su eco-emozioni, eco-ansia ed eco-speranza; co-autrice di Cianconi, Betrò & Janiri (2020), The impact of climate change on mental health: A systematic descriptive review, Frontiers in Psychiatry.
Giulia Rocchi — ricerche sull'eco-ansia nel contesto italiano; traduzione e validazione italiana della Hogg Eco-Anxiety Scale.
Lucia Tecuta — ricerche sulle preoccupazioni ecologiche legate all'alimentazione; anche autrice di How to cope with climate anxiety and take action (Psyche).
